martedì, 01 agosto 2006
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categoria:politica
giovedì, 20 luglio 2006

Questo è Prodi

Di seguito lasciamo al giudizio del lettore, il dattiloscritto e l'audio di una risposta sulle politiche energetiche dell'eventuale governo di centro-sinistra, che Romano Prodi dà ad un imprenditore al convegno di Confindustria del 17/03/06 a Vicenza.

Download risposta di Prodi (913k)
Tasto destro "salva con nome"

Dattiloscritto della risposta di Prodi: "La politica energetica nostra, mia, a breve e a lungo, a breve qui c'è poco da fare siamo con l'acqua alla gola, bisogna diversificare gli approvvigionamenti che abbiamo adesso alla svelta, alla sveltina, quindi altri tubi gas, gas...ah..., liquefatto da da mettere, gas liquefatto...oh...eh...che noi dobbiamo trasformare in gas e quindi io ho detto alle regioni interessate e che decidano loro dove, discorso che ho fatto alla Regione Puglia dove il blocco del gassificatore di Brindisi era in comune accordo fra una provincia ed un comune di diverso colore, quindi non c'era, c'era proprio la logica non voglio la roba nel mio cortile, dico benissimo, la regione Puglia se andiamo a gua...il gassificatore lo fa, poi se lo volete fare a Brindisi o a Taranto o dove vi pare, questo lo decidete voi, ma un gassificatore lo dovete fare, cioè il dialogo con le regioni e con gli enti locali ci deve essere, perché se no non si fa nessuna opera pubblica in un paese, ma poi arriva il momento della decisione da parte del governo e bisogna decidere. Allora subito il problema di non andare sotto con l'influsso di nuova energia, secondo, discorso di lungo periodo, continuare la trasformazione ammodernizzazione di centrali, si guadagna in costi enormemente, come voi sapete, è un processo già in corso lo dobbiamo portare a termine. Un legge d'incentivazione del risparmio e d'energia, io ho fatto quella delle ristrutturazioni delle abitazioni che il governo attuale ha mantenuto, perchè ha avuto un enorme successo e la dobbiamo fare per il risparmio...eh...per il riscaldamento, illuminazione e motori elettrici in modo da aver un'incentivazione al risparmio, poi, energie alternative, per quello che possono valere, io non ho posto nel solare dei grandi livelli, ma di arrivare a livello, entro legislatura, a livello della Germania, mi sembra qualcosa di serio di utile e che tralaltro da un bell'aiuto anche alla manodopera. Sul vento l'Italia può fare poco...ehh...quel poco che si può fare lo si faremo, lo lo faremo, ma è...eh...eh...geograficamente abbastanza inadatta e poi la trasformazione delle centrali a carbone già decise portarle avanti con la mior pericologia con la raffinatezza con cui l'Enel si è impegnata e, quindi, sorvegliare questo tipo di attività. Sul nucleare..eh...io faccio quello che ho ho, la politica che ho seguito dell'Unione europea, ogni anno io ho fatto un controllo sullo stato della tecnologia se cevano l'evoluzione tecnologica o meno da poter riassicurare sulla sicurezza e sulle scorie, mi è sempre dato una risposta lungo nel tempo, allora la decisione dell'Unione è riprendere la ricerca sul nucleare, ma non decidere alcuna centrale nucleare adesso. Questa è la struttura. (continuazione della domanda da parte dell'imprenditore sull'impegno da parte dell'Unione di ridurre del 20% i costi energetici) Si si perché con le misure che ho detto e con l'effecintizzazione si arriva a queste 20 per cento in cinque anni è una roba realistica, è una roba realistica."

Questo è Romano Prodi, questa è la politica energetica del centro-sinistra: il nulla. L'Italia non può permettersi di venire amministrata da individui senza carisma, da poteri occulti, mascherati da visi paffuti.

Per fortuna tutto il bene fatto in questi cinque anni resterà a lungo ed i benefici si vedranno con il passare degli anni anche nella malaugurata ipotesi che gli italiani tolgano la fiducia a Silvio Berlusconi.

P.S. Ricordiamo a Prodi che non bisogna fare "gassificatori", ma rigassificatori

(grazie a www.la-politica.net)

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categoria:prodiade
giovedì, 20 luglio 2006

Prodi ai farmacisti: "Gli obiettivi di fondo non sono negoziabili".

Ora parla come Benedetto XVI?

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categoria:prodiade
mercoledì, 19 luglio 2006

Caso Unipol, la Guardia di Finanza indaga.

Passa il tempo, l'Unione va al governo.

La Guardia di Finanza di Milano, che ha indagato sull'Unipol, viene sgretolata dal Ministro dell'Unione Visco.

Mecojons!

 

ariaaa..

aria di libertà....

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categoria:politica, economia, stranezze
mercoledì, 21 giugno 2006
La “carica dei 102” ci costa oltre 8 milioni di euro
Quella che ormai nell’immaginario collettivo è considerata come “la carica dei 102” non da tutti è stata accolta positivamente. L’elevato e spropositato numero di ministri e sottosegretari scelti dall’attuale premier ha provocato, non solo a destra ma anche a sinistra, numerosi mal di pancia rendendo del tutto paradossali le dichiarazioni di alcuni ministri secondo i quali per risanare i conti pubblici sarebbero necessari ulteriori sacrifici economici.
A sinistra c’è chi, dinnanzi a tale situazione e nel tentativo di farsi perdonare un simile disastro, coraggiosamente ha proposto che almeno per le aziende pubbliche si applichi una regola di “governance uguale per tutte che riduca il numero dei consiglieri al minimo previsto dal Codice Civile e cioè 3. Una simile proposta, avanzata dal responsabile economico della Margherita Tiziano Treu, permetterebbe di sfoltire i Cda di molte aziende che lo stesso diellino ha definito essere un “vero e proprio poltronificio utile a sistemare politici in pensione, trombati alle elezioni, amici e parenti". Cda che in molti casi vantano numeri da capogiro come Poste Italiane, ad esempio, gruppo interamente controllato dal Tesoro con ben 111 consiglieri in Cda, o Sviluppo Italia, identiche condizioni, che conta 119 consiglieri, o il Poligrafico dello Stato che ne ha 43 e la situazione non cambia nelle altre decine di aziende in joint-venture con privati.
I numeri del governo Prodi, quindi, stridono non poco con le dichiarazioni del ministro Padoa-Schioppa anche perché a conti fatti questo sgangherato governo agli italiani costa, come ha scritto Salvatore Dama su L’Indipendente, ben 8 milioni e mezzo di euro l’anno, circa 17 miliardi delle vecchie lire.
Tale elevata cifra è da imputare alla risicata maggioranza ottenuta dalla sinistra in Senato che ha costretto i partiti dell'Unione a farsi rappresentare al governo da ben 64 tecnici o personale politico non eletto ai quali, secondo una legge entrata in vigore il 16 novembre 1999,  «spetta un'indennità pari a quella spettante a deputati e senatori, al netto degli oneri previdenziali e assistenziali». Con questi numeri raggiungere gli 8 milioni e mezzo di euro l’anno è roba da ragazzi, basta “moltiplicare l'indennità lorda percepita da un parlamentare per dodici mensilità e, il totale, per 64 tra ministri, viceministri e sottosegretari” e il gioco è fatto. Ma non finisce qui perché se “a questa somma si aggiunge l'indotto (cioè lo stipendio per almeno due dipendenti e un autista), la tassa annua che i cittadini sono costretti a pagare per essere governati da Romano Prodi lievita a 15 milioni tondi di euro.
Ma quanto guadagna un parlamentare?
L'indennità, per legge, deve corrispondere a quella di un magistrato con funzione di presidente di sezione della Corte di Cassazione. Con la Finanziaria del 2006, il governo Berlusconi, volendo ridurre i costi della politica, ha tagliato l'importo del 10 per cento. Ed ora è pari a 5.419,46 euro, al netto delle ritenute previdenziali (749,79 euro) e assistenziali (503,59 euro), della quota contributiva per l'assegno vitalizio (692,42 euro) e della ritenuta fiscale (3.555,63 euro). Tutto ciò, dal '99, spetta anche ai componenti del governo, a prescindere dall'elezione in uno dei due rami del Parlamento”.
Le cifre appena esposte, comunque, sono parziali perché “mentre in pubblico il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, annuncia l'intenzione di voler tirare la cinghia per ridurre la spesa pubblica,
gli sherpa unionisti stanno lavorando in gran segreto a un emendamento da inserire nel decreto legge relativo allo spacchettamento dei ministeri, che sarà approvato tra due settimane in Senato con il salvacondotto del voto di fiducia”.
L'emendamento in questione estenderebbe ai componenti non parlamentari del governo tutti i benefit di cui godono deputati e senatori. Che nella fattispecie sono: la diaria (4003,11 euro), il rimborso per le spese di segreteria (4.190 euro), le spese di viaggio e di trasporto (3.995,10 euro per trimestre) e ancora indennizzi per viaggi studio (3.100 euro annui), spese telefoniche (3.098,74 euro annui), assistenza sanitaria. La nuova normativa oltre a comportare un maggior onere, per il 2006, di 3 milioni e 700 mila euro circa, rappresenta anche un ottimo incentivo per molti politici con il doppio incarico, parlamentare e istituzionale, a lasciare il primo per dedicarsi esclusivamente al secondo senza perdere nulla. Gli occhi, ovviamente, sono puntati sul Senato, dove l'Unione è alla disperata ricerca di "braccia-lavoro" per assicurarsi la maggioranza. Allo stato, i senatori al governo sono otto: i ministri Clemente Mastella e Livia Turco, il viceministro Roberto Pinza, e i sottosegretari Beatrice Magnolfi, Alberto Maritati, Paolo Giaretta, Filippo Bubbico e Gianni Vernetti.

A pochi giorni dal varo del “governo di liberazione” risulta amaro dover constatare che gli unici provvedimenti in materia economica sin qui adottati dal nuovo esecutivo riguardano esclusivamente i 102 rappresentanti di governo. Chi, come anche tanti cattolici appartenenti alla parrocchia della convenienza, credeva che l’Unione avrebbe privilegiato il sostegno ai ceti popolari, la costruzione di una nuova coesione basata su una più solidale ripartizione degli oneri, un'attenzione tutta particolare a quei soggetti deboli che non hanno voce e che quasi mai scendono nelle piazze, per il momento si deve accontentare di pagare qualche tassa in più per mantenere chi problemi ad arrivare a fine mese di sicuro non ne ha.

Post realizzato in collaborazione con G. B.

post "catturato" da Censurarossa.splinder.com

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categoria:politica, economia, stranezze, prodiade
giovedì, 15 giugno 2006

A quando Wanna Marchi Ministro della Salute?

E' stato denunciato per traffico di droga, porto abusivo di armi, fabbricazione di bombe, violenze, lesioni: il neo onorevole Farina è il vicepresidente della Commissione Giustizia
Un curriculum, come dire, di tutto rispetto. Scorriamo il casellario penale di Daniele Farina, neo-vicepresidente della commissione Giustizia di Montecitorio (avete letto bene: Giustizia, non Agricoltura, Cultura o Affari sociali). Dunque: «Oltraggio, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali ». Vabbè, è il capo storico del Leoncavallo, sono robette a cui i no global - purtroppo - ci hanno abituato. Ma no, il neo-eletto vanta ben altro: «Produzione e traffico illecito di sostanze stupefacenti », «oltraggio-resistenza- violenza», ma anche «lesioni personali», «reati contro l'incolumità pubblica e lo Stato», «porto abusivo di armi », «fabbricazione e detenzione di esplosivi». (...) Leggendo le diciassette notizie di reato comunicate dalla Digos di Milano al ministero dell'Interno viene da chiedersi: com'è possibile che Daniele Farina, l'oggetto delle segnalazioni, sia diventato vicepresidente della commissione Giustizia alla Camera? Ha fatto scalpore il caso di Sergio D'Elia, già terrorista di Prima linea ed ora segretario d'aula a Montecitorio. Ma il centrosinistra andato ben oltre, ha nominato numero due dell' organismo che fissa le regole per i magistrati un uomo che ha messo insieme una fedina penale di quattro pagine. Sembra una barzelletta, invece è tutto vero. Diranno: chi lo ha eletto era a conoscenza di questi fatti. Anzi, è stato votato proprio per questo. Un riconoscimento a chi ritiene che la legge, certe volte, giusto violarla. Lo chiamano conflitto sociale o disobbedienza civile. Ogni opinione è legittima. Ma che senso ha nominarlo al vertice di un organismo chiamato a scrivere le norme che Farina e i suoi pensano sia legittimo, seppure qualche volta, infrangere? Il governo Prodi, è vero, ci ha abituato a questa strategia: di qua un riformista, di là un antagonista.

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categoria:politica, stranezze
mercoledì, 31 maggio 2006

Mussi, curriculum taroccato?

Quando si mente sulla laurea per darsi un tono

Il Ministro Mussi tarocca il suo curriculum

di Camelot Destra Ideale

Dal sito dsonline: «Fabio Mussi è nato a Piombino (Li) il 22 gennaio 1948. Laureato in filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, vive attualmente a Roma».

Dal sito fabiomussi.it: «Alla scuola elementare e media fioccavano i dieci. I miei genitori, pur nella precaria situazione economica, si sforzano di farmi studiare Dopo il Liceo Classico cittadino. Ero uno dei pochi figli di operai, ma avevo bravi insegnanti e un profitto scolastico altissimo».

«Mi raccomandarono di tentare il concorso per la Scuola Normale di Pisa. Vincere quel concorso era l'unica possibilità che avevo di accedere all'Università. Avevo, ed ho tutt'oggi una grande passione per le materie scientifiche, ma la mia formazione era legata soprattutto a quelle letterarie e classiche. Nel settembre 1967 superai l'esame di ammissione col sesto punteggio, nella sezione di Lettere Filosofia, dopo Massimo D'Alema».

«Alla Scuola Normale inizia l'amicizia con Massimo che si cementerà nel corso delle lotte studentesche e poi, successivamente, nella carriera politica dentro il Pci».

«La mia scelta di fare politica in modo professionale matura negli anni a cavallo del 1968. E nel 1970 facevo parte della Federazione comunista di Pisa diretta da un uomo intelligente e lungimirante, Giuseppe De Felice. Decisi comunque di conseguire la laurea e per completarla trascorsi tre mesi in Germania a Friburgo. Discussi la tesi su Theodor W. Adorno e la Scuola di Francoforte (relatore Nicola Badaloni) nell'ottobre del 1972».

Peccato però che alla Normale di Pisa non abbia mai insegnato alcun Nicola Badaloni.

Peccato però che tale Nicola Badaloni abbia sempre e soltanto insegnato alla Università Statale.

Peccato che Fabio Mussi sia stato cacciato dalla Normale di Pisa nel 1970.

Peccato quindi, che il sito dei Ds e lo stesso Ministro Fabio Mussi, alimentino la falsa convinzione che Mussi abbia conseguito la laurea in filosofia alla «prestigiosissima» Normale di Pisa.

Ciò non è mai avvenuto!

E meno male che il cazzaro era Berlusconi!

Se questi mentono sui loro titoli di studio, figuriamoci cosa potranno mai raccontare sul loro operato al governo!

Tratto da: http://www.camelotdestraideale.it/

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categoria:stranezze
martedì, 30 maggio 2006

COSÌ HANNO TRUCCATO IL VOTO DEGLI ITALIANI ALL'ESTERO

In un video i candidati Ds accusano: è una frode. Il dirigente della Quercia: zitti, se si rivota perdiamo

È stato truccato il voto degli italiani all'estero. Un filmato esclusivo, i cui contenuti siamo in grado di riportare, dimostra come siano stati pilotati gli esiti delle elezioni politiche nelle circoscrizioni sudamericane. I candidati dei Ds nel video si accusano di frode. E un dirigente della Quercia, mandato in Sudamerica, avverte i colleghi: «Dovete stare zitti, se si rivota perdiamo».

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categoria:elezioni, stranezze
lunedì, 29 maggio 2006

"In Italia inizia una dittatura"

Il toscano sta aprendo a New York il suo terzo ristorante per ricchi e famosi

L’unico ristoratore al mondo ad aver apparecchiato un tavolo per cinque presidenti spara a zero contro «l’odiata sinistra» al potere

NEW YORK – «E’ un momento triste e molto pericoloso per il Paese. Sono tutti comunisti quelli che comandano adesso in Italia e vedo l’inizio di una dittatura». Sirio Maccioni è infuriato. Invece di gongolare per la riapertura di «Le Cirque», nel grattacielo Bloomberg tra la 58a strada e la Terza Avenue - la terza reincarnazione da 16 milioni di dollari del mitico ristorante dei ricchi, famosi e potenti, da lui fondato nel 1974 – il ristoratore nato 74 anni fa a Montecatini ha un unico chiodo fisso: il risultato delle elezioni politiche in Italia.

«Se avevo voglia di rientrare in Italia, me l’hanno tolta per sempre», confessa al Corriere Maccioni. «Non dimentichiamoci che, se i tedeschi hanno ucciso 12 milioni di persone, incluso mio padre, i comunisti ne hanno eliminato oltre 120 milioni. Sono gente pericolosa». Assediato dai flash, circondato da vip quali Woody Allen, Michael Bloomberg, Bill Bosby, Walter Cronkite, il cardinale Egan, Tony Bennett e Martha Stewart – l’unico ristoratore al mondo ad aver apparecchiato un tavolo per cinque presidenti, spara a zero contro l’odiata sinistra.

Incredibile pensare che questo è lo stesso uomo che una ventina di anni fa, in un’intervista a«La Gola», dichiarò con un certo orgoglio«da giovane ero iscritto alla FGCI». E che nel 97 confessò al Corriere: «Jimmy Carter è il mio presidente preferito»,«Ronald Reagan mi chiamò "bastardo terrone" quando seppe che non avevo votato per lui». E ancora:«i democratici mangiano meglio dei repubblicani».

«Non sono mai stato uno di destra», si schermisce lui.«Però non mi piacciono quelle facce lì. Ci sono cinque o sei ministri appena nominati che hanno inquinato la magistratura e dovrebbero essere in prigione. Altroché mandare avanti l’Italia». Non le sembra di esagerare? «Ce l’ho con tutti quelli che parlano male dell’Italia», ribatte.«La patria è come la mamma. Siamo nati con lei, è nostra e possiamo criticarla solo tra noi. Ma guai a calunniarla in pubblico con degli estranei».

Secondo Maccioni,«tutti gli uomini del nuovo esecutivo si sono macchiati di questa colpa, in un momento o l’altro, per farsi bravi loro». A cominciare dal neoletto presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «Prima dell’insediamento ha mandato un saluto-omaggio ai compagni comunisti dell’assemblea costituente: non lo fanno più neppure in Russia». Dopo Napolitano, il suo politico più inviso è Prodi.«Ogni volta che lo vedo spengo la tv: è la mia unica maniera per difendermi».

D’Alema e Fassino? «Lasciamo perdere il primo. Il secondo è un poveruomo, uno cui dovrebbero dare un po’ più da mangiare». Ma un posto speciale nell’hit parade dei politici sgraditi è occupato dall’ex presidente Scalfaro:«che vergogna mandare quel saltimbecco in giro per il mondo a rappresentarci. Ha passato anni a fare ‘saltellini’ perché durante la guerra era un partigiano. Ma tutti allora erano partigiani». Nel cuore, oggi, Maccioni sembra avere posto solo per i politici della destra. Marcello Pera, «un grande». E poi Silvio Berlusconi.«Mi ha promesso di venire a New York per l’inaugurazione del ristorante. Lui sì che è simpatico. Durante il suo regno tutti si lamentavano che nulla funzionava e facevano uno sciopero ogni due minuti». Ma a Berlusconi, Maccioni rimprovera solo una cosa: «L’essere andato a dire il mio amico George qui, il mio amico George là. Lui, più di tutti, dovrebbe sapere che non esistono amici in politica».

Alessandra Farkas
28 maggio 2006
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categoria:politica, stranezze
venerdì, 12 maggio 2006

La propaganda e l’economia reale. Storia di una grottesca mistificazione


L’economia sa come organizzarsi nei tempi difficili anche indipendentemente dalla politica. I dati sul pil e sulla produzione industriale diffusi ieri dicono che non era stato il governo di centrodestra a mettere in crisi l’economia italiana. E la lunga discussione sul declino era stata una campagna di propaganda, nata più o meno così. L’inizio del governo Berlusconi aveva coinciso con una emergenza economica legata a tre fatti: l’introduzione dell’euro, che dopo un periodo troppo breve di doppia circolazione con la lira, aveva determinato il disorientamento dei consumatori alle prese con un cambio traditore che spingeva verso il 2 a 1, e un effetto di trasferimento di ricchezza dai dipendenti agli autonomi; il momentaneo cortocircuito causato dall’11 settembre (poi riassorbito praticamente da tutte le economie occidentali); e, infine – la questione più delicata – la ristrutturazione del sistema industriale italiano dovuto in parte al confronto con i paesi asiatici che esponevano il tessuto delle piccole e medie imprese italiane a basso valore aggiunto a una dura concorrenza, e in parte alla crisi di alcune grandi manifatture che facevano mancare l’effetto volano (il caso Fiat è emblematico).
Il governo Berlusconi ossessionato dall’ottimismo (e dall’obbligo di ostentarlo), invece di avvisare l’opinione pubblica, di prendersi un po’ di tempo, di rivedere i programmi, di anticipare il nemico, si rifugiò nel negazionismo – grave errore – scommettendo su una imminente ripresa. Sul negazionismo berlusconiano si innescò la campagna declinista, condotta con gli strumenti eleganti ma grotteschi della propaganda, l’aiuto di professionisti amici, di professori disponibili e di qualche opinionista così così: il declino doveva sembrare la destinazione naturale del berlusconismo – e a qualcuno, più ingenuo o ideologizzato, lo sembrava davvero. La mistificazione propagandistica, un po’ dal sapore di grande truffa, non aveva interesse a ragionare sugli errori relativi all’introduzione dell’euro (commessi a destra e a sinistra), sulla crisi che investiva anche le altre grandi economie continentali, sulle conseguenze dell’allargamento europeo e della concorrenza asiatica, sulla rigidità del confronto – molto astratto per la verità – tra mercatisti e dazisti, o sull’assenza di un complessivo disegno di politica economica e industriale da parte del governo (emersa successivamente, per esempio con lo scontro sulle banche e il dibattito sul rapporto tra nazionalismo economico e globalizzazione dei mercati).
Nel frattempo la realtà stava andando avanti. La struttura economica stava cambiando con il ridimensionamento delle grandi imprese, la terziarizzazione, la ristrutturazione anche nelle tradizionali aree del miracolo, come nel Nordest passato in trent’anni dalla metalmezzadria alla globalizzazione dei Benetton e infine al ripiegamento nelle rendite (anche dei Benetton).
La mistificazione partiva, ovviamente, dall’uso delle cifre su cui per cinque anni ci siamo intrattenuti: abbiamo discusso e litigato sull’inflazione, sui grandi cantieri, sulle riduzioni fiscali. Un intelligente sociologo, Luca Ricolfi, sull’intuizione dell’inattendibilità dei numeri nel dibattito politico è diventato una star. Persino sull’occupazione stabilmente in crescita, la militanza intellettuale di un pezzo degli osservatori economici ha puntualizzato che quel piùzerovirgola ogni anno era solo il risultato delle regolarizzazioni di extracomunitari, per dire che in fondo la legge Biagi (ribattezzata 30 dai puristi che non vogliono passare per collaterali del giuslavorista) non era un granché. Il sostegno al declinismo è arrivato anche dalla grande impresa, dai suoi giornali e dalla sua rappresentanza, la Confindustria. Una parte degli industriali tifava declino per due ragioni: per sostenere richieste d’aiuto peraltro sostanzialmente sempre negate dal governo, a causa di una resistenza culturale diffusa nel centrodestra e di una certa mancanza di visione (per esempio nello scarso sostegno agli investimenti privati, soprattutto in settori esposti al rischio di instabilità economica e normativa); e per intervenire nella partita politica, in cui certi colpevoli passaggi a vuoto berlusconiani (per esempio la campagna elettorale per le regionali del 2005) davano la sensazione che il presidente del Consiglio fosse spacciato e che sterminate praterie di potere si aprissero.
Adesso la ripresa è cominciata: ordinativi e fatturato delle imprese crescono, la dinamica delle retribuzioni è sopra l’inflazione, le entrate fiscali crescono (secondo alcuni osservatori forse anche grazie a un piccolo effetto Laffer, dal cognome dell’economista che diventò famoso per un’idea: se riduci la pressione fiscale sale il gettito), la fiducia dei consumatori è buona, la produzione industriale segna +6,8 per cento a marzo e +4,8 nel primo trimestre rispetto al primo 2005, le stime sul pil nel primo trimestre di quest’anno (+1,5 per cento) indicano il miglior risultato da cinque anni a questa parte.
Che cosa è successo? Innanzitutto che Silvio Berlusconi è stato sfortunato, se si votasse con questi dati, potrebbe recuperare i venticinquemila voti che gli sono mancati (e che comunque non avrebbe conquistato partecipando a “Terra!”). In secondo luogo, è capitato che il declino non c’era. L’Italia ha una specie di costituzione materiale che funziona anche in economia: una certa mobilità d’impresa e il vecchio spirito commerciale che spinge a lavorare, a ristrutturarsi, a fare a meno della politica. Questa costituzione materiale sta funzionando tanto per la Fiat quanto per la media impresa, il nuovo soggetto in crescita. Il resto della discussione, cioè almeno tre anni di inutile scontro propagandistico, non sembra essere servito a molto. Romano Prodi cerchi di tenerne conto: non deve ristrutturare le riforme berlusconiane, il mercato del lavoro, la politica fiscale. Sarebbe sufficiente che egli fosse in grado di vigilare sulla spesa pubblica e di disegnare la politica economica di una media potenza regionale. Ciò su cui il governo uscente ha inciampato, anche per merito o colpa della propaganda basata sul nulla.

(12/05/2006)
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categoria:economia, stranezze